L’Aurora 2007 e il sogno serie A: «Niente fenomeni, si vince col gruppo» PDF Stampa E-mail
Saturday 08 September 2007

basketDa Il Resto del Carlino - AL GRAN POLLAIO FILENI, dove la 76 piega a destra appena prima di Cingoli e dove è tutto isocertificato tranne le chiacchiere intorno al canestro, va in scena l’Aurora numero 42 del basket jesino. Parola d’ordine ossessiva: «famiglia». E chi non la pronuncia, manco fosse una comparsa dei Sopranos, rischia l’immediata mutazione in crocchetta. C’è molto da sorridere ma poco da ridere alla presentazione in casa dello sponsor. Giocatori schierati in batteria (dietro le chiocce, in mezzo galletti e pulcini), staff in prima linea dominato dalla stazza del d.s. Bocchini, il presidente Gallucci in ghingheri e su di giri, Roberta Fileni gentile come la lama di un’affettatrice: «Siamo una famiglia, l’Aurora basket è una grande famiglia. Alla stampa chiediamo di esser dalla nostra parte. Di alleggerire la tensione quando le cose vanno male e di far volare l’entusiasmo quando vanno bene». Si sente che in azienda si occupa di marketing. Disgraziatamente, l’informazione è un’altra cosa. Magari un consulente stampa glielo spiegherà. Intanto lei, pasionaria ruspante, mostra trasporto sincero per la nuova stagione in Legadue: «Siamo consapevoli dei momenti di criticità, ma vogliamo crederci sempre. Vogliamo credere in questa avventura qualsiasi cosa capiti». Poi, se non si fosse capito che è un’ultrà sfegatata, infila un’emblematica promessa: «Dobbiano andare avanti a testa bassa, partita per partita». Roba che neanche in curva al Palatriccoli aggrappati alle ringhiere nella semifinale playoff con Pavia. Ovvero l’eccellente traguardo della stagione andata in archivio.

IL PRESIDENTE ANTONIO Gallucci, con gessato e cravatta da damerino, fa eco alle parole dello sponsor e le rafforza con una vibrante arringa preventiva: «Il fatto che la Fileni sia anche comproprietaria di quote della società rafforza la tradizione del basket jesino. Un basket dove non ci sarà mai posto per avventurieri o magnati che in cambio di qualche bagliore poi lasciano macerie e distruzione». E Livio Grilli, il traghettatore della terribile estate 2006, prima che la Fileni raccogliesse il testimone della Sicc, si affretta a confermare il messaggio: «La jesinità è la nostra forza. Siamo come una grande famiglia». Ok. Peccato che in Italia la maggior parte dei delitti si consumi in famiglia — facciamo notare tanto per alleggerire il clima. «E lo so bene io che faccio l’avvocato — sta al gioco Gallucci —. Volevamo solo ribadire i nostri valori». Come se ci fossero i barbari alle porte? — chiediamo. «No, nessun acquirente». E allora perché tanta potente energia dissuasiva? Volete forse dire — ipotesi di scuola — che se Gennaro Pieralisi impazzisse e volesse acquistare il 51% della società, obiettivo uno squadrone da serie A, lo lascereste alla porta? «Ma no che c’entra — perde l’aplomb Gallucci —. Stiamo solo ribadendo che l’Aurora è una società nel senso vero. In cui devono continuare a coesistere pluralità di passioni e di competenze. E il doppio binario della finalità agonistica e del legame col territorio».
«VOGLIAMO VIVERE questa stagione con passione, idee, forza ed energia — proclama Roberta Fileni —. Vogliamo vincere non solo sul campo, ma anche fuori. La scuola di tifo per i giovani, la scuola di inglese per i ragazzi del vivaio, l’impegno maggiorato sul settore giovanile sono tutti elementi decisivi del nostro impegno». «Ok, però a me perdere non piace», ricorda Fileni senior a coach Capobianco con sorriso più industriale che bucolico. Finalmente uno che parla di campionato. E che non le manda a dire. Prospettive incoraggianti. «Abbiamo confermato i sei decimi della squadra — fa notare il presidente Gallucci —. Oggi nessuno lo fa più. E i nuovi sono stati tutti scelti in virtù della loro capacità di inserimento». In un gruppo rodato che annovera Hoover e Rossini guardie, Farrington ed Eliantonio ali, Maggioli e Cantarello pivot.
ANDREA CAPOBIANCO, ingaggiato dalla società come testimonial della campagna abbonamenti, con quella foto in cui guarda perso nel vuoto come se avesse visto la Madonna di Pompei (anziché, più probabilmente, una spadellata sul ferro), distilla così il suo pensiero: «Sono molto orgoglioso di essere rimasto a Jesi, in una città che mi ha tributato eccezionali attestati di affetto e in una società che è una grande famiglia» (e ridagli!). «Qui c’è un progetto omnicomprensivo, che esclude i fenomeni ed esalta il gruppo, al quale crediamo. Per tutti questi motivi ho firmato». Con Maestranzi, Moss, Bonessio e Stijepovic, squadra più forte dell’anno scorso? Capobianco prova a mimetizzarsi, poi ammette: «In teoria sì, ma anche le avversarie si sono rafforzate». Rivali più temibili? «Caserta e Ferrara. E che dire di Veroli?». Già, che dire. I giocatori, per fortuna, non si nascondono. Michele Maggioli, richiestissimo in serie A: «Se sono rimasto è perché, oltre all’ottimo clima societario, spero di tornare in A proprio con Jesi. Questa squadra mi soddisfa». Ti pareva? Aziendalista e secchione anche lui. Chissà se il brevetto quest’anno funziona.

Giovanni Rossi




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